
"La canzone è il fatto di un momento, che serve per altri momenti. Non ci sono né trascendenze né messaggi; le canzoni sono cose semplici anche se si possono fare con molta serietà, come ancora spero o mi illudo di fare". Guccini è tutto qui, in questo dimesso porsi dinanzi alla realtà e alla gente; è l’atteggiamento di chi inizia a scrivere per gioco e si ritrova divo da hit-parade senza averne la stoffa.
Il "vate di Pavana", come lo chiamano i suoi ammiratori, ha le sue radici nella montagna, a Pavana Pistoiese, nel 1940, e matura attraverso le fondamentali tappe di Modena e Bologna, particolarmente segnata dall’esperienza dell'Osteria delle Dame che diviene la sede di una sorta di circolo culturale dove si suona si canta, si parla talvolta anche di politica. E’ un mondo segnato dalla lettura di Hemingway, Kerouac, Edgar Lee Masters, ma anche dalla tradizione letteraria italiana medievale (Dante, Guinizelli, Folgore da San Gimignano -cui si ispira La canzone dei dodici mesi-). La sua cultura si forma tra l'asse Modena-Bologna e l’America, dove vive per qualche tempo: Guccini è un cantautore colto, "il più colto dei cantautori italiani" secondo la definizione di Umberto Eco, fortemente radicato nelle proprie origini, di cui l’album Radici (1972) rappresenta il pieno e consapevole recupero, ma aperto agli stimoli, musicali e non, provenienti dal mondo esterno e particolarmente influenzato dall’esperienza del primo Bob Dylan. Guccini provocatore, Guccini sessantottino, ribelle, cantore delle osterie, di un mondo contadino, sospeso tra il Medioevo e la contemporaneità, ma anche Guccini riflessivo e filosofo, Guccini dotto e non solo colloquiale, suggestioni differenti e talvolta contrastanti che popolano brani pervasi dalla costante atmosfera del racconto, della narrazione del cantastorie.
Tema costante di tutta la produzione gucciniana è la protesta politica, l’attenzione al sociale, da Auschwitz (1967) a Canzone per Silvia (1993), dedicata alla vicenda di Silvia Baraldini.
L’America è una statua che ti accoglie,simboleggia bianca e pura,
la libertà e dall’alto fiera abbraccia tutta quanta la nazione,
per Silvia questa strada simboleggia solamente la prigione
perché di questa piccola italiana ora l’America ha paura
paura del diverso e del contrario di chi lotta per cambiare
paura delle idee di gente libera che soffre, sbaglia e spera.
Nazione di bigotti! Ora vi chiedo di lasciarla ritornare,
perché non è possibile rinchiudere le idee in una galera.
(Canzone per Silvia-1993)
Guccini nega "che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia", eppure i suoi brani sono documenti di una rivolta permanente nei confronti del sistema, della falsità, dell’ipocrisia, dall’Avvelenata (1976) a Cirano (1996). Il mondo contemporaneo è solo un altro Medioevo, un’altra era di transizione e nel Medioevo, quello reale, il cantante cerca ispirazione poetica e figurativa (ancora per La canzone dei dodici mesi l’ispirazione deriva anche dall’osservazione delle formelle del Duomo di Parma). Il mondo di Guccini si chiude in se stesso, crea piccoli angoli, tende a ridursi a Stanze di vita quotidiana (1974), ma nonostante la volontà di ricavarsi un oraziano angulus, la ribellione è sempre presente e Guccini, guadagnato il proprio rifugio, subito lo incendia: "Piccola città, io ti conosco, nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo, che cambia in meglio"(Piccola città-1972); non si accontenta e fugge, cercando riposo in un mondo surreale, post-apocalittico (Noi non ci saremo).
La grandezza di Guccini sta proprio in questa estrema volontà di cambiamento, nell’osservare il mondo nella sua quotidianità e, talvolta, banalità, dalla città alle osterie alle storie d’amore più o meno romanzesche, intravedendone già una trasfigurazione e una trasformazione in qualcosa di più e di meglio. Si tratta di un procedimento dialettico che ricorda quello platonico, che distrugge per ricostruire. Il processo si compie esplicitamente, quasi fortemente voluto, in canzoni che hanno segnato un'epoca come Noi non ci saremo e Dio è morto.
Ho visto
la gente della mia età andare via
lungo le strade che non portano mai a niente
cercare il sogno che conduce alla pazzia
nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già (…)
Mi han detto
che questa mia generazione ormai non crede
in ciò che spesso han mascherato con la fede
nei miti eterni della patria e dell’eroe
perché è venuto ormai il momento di cambiare tutto ciò che è falsità (…)
Ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata
ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi
perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni
e poi risorge
(Dio è morto)
Se le descrizioni, spesso presenti, sono caratterizzate dalla concretezza del fotografo, a essa si accompagna la fantasia del poeta, la sovrapposizione dell’io e dei suoi ideali alla realtà oggettiva della città o di qualunque paesaggio.
Guccini è, si diceva, un cantautore colto e le sue canzoni vivono anche di questa cultura ridotta a piccoli frammenti inseriti a bella posta nel tessuto verbale della canzone, citazione che a volte è solo un nome che rivela tutto un mondo ("il mio Leopardi, le tue teologie (…)E’ in gamba, sai. Legge Edgar Lee Masters"- Canzone per Piero-1974), altre volte invece è un richiamo funzionale alla tessitura del racconto:
Dopo un bicchiere di vino
con frasi un po’ ironiche e amare
parlava in tedesco e in latino
parlava di Dio e di Schopenauer
Ma non manca, in Guccini, una sottile ironia di fondo, esplicita nell’album Opera buffa (1973), in cui il compiacimento strapaesano e al tempo stesso arcaizzante sfocia in storie da bar di gente di umile estrazione. In Genesi, contenuta nello stesso album, il linguaggio colto è recuperato a fini parodistici: si descrivono le peripezie di un Dio che, volendo creare la televisione, crea l’Universo:
Dixit
. Ma poi toccò un filo scoperto (…)Guccini usa dunque suoi strumenti culturali e linguistici per indicare un mondo al bivio. Il medesimo spirito pervade anche gli ultimi lavori dove sembrano a volte dimenticati i toni accesi della produzione giovanile, per una più lucida revisione dell’esperienza e per una più profonda introspezione, ma la dura vena polemica non si arresta certo in canzoni come Cirano dove, secondo la "tradizione", il cantautore si scaglia contro tutto e contro tutti, rimarcando la propria diversità rispetto al mondo che lo circonda:
Venite pure avanti poeti sgangherati
inutili cantanti di giorni sciagurati
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza (…)
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna (…)
Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti
venite portaborse, ruffiani e mezze calze
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto
del qualunquismo un’arte (…)
Venite gente vuota facciamola finita
voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è come voi dite un Dio dell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso
le verità cercate per terra da maiali
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali (…)
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco…
Resta anche, ne Il matto (1996), l’amara ironia di Opera buffa, una riflessione sulla tragicità e precarietà delle vita, sul macabro e ridicolo gioco della guerra:
D’altra parte è assai meglio
dentro questa tragedia
ridersi addosso, non piangere
e voltarla in commedia (…)
Mi han marchiato e tosato
mi hanno dato un fucile
rancio immondo, ma io allegro
ridevo da morire (…)
Perché quegli occhi stupiti?
Perché mentre cadevo,
per terra, la morte addosso,
io ridevo, ridevo
Non si spezza neppure la poesia:
Vorrei cantare il canto delle tue mani
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’infinito.
(Vorrei-1996)
Come vedi tutto è normale
in questa inutile sarabanda
ma nell’intreccio di vita uguale
soffia il libeccio di una domanda
punge il rovaio di un dubbio eterno
un formicaio di cose andate
di chi aspetta sempre l’inverno
per desiderare una nuova estate
Son tornate a sbocciare le strade
ideali ricami del mondo
(Lettera-1996)
Costanti sono la ricercatezza linguistica, anche se talvolta si indulge a espressioni del parlato (Samantha) e persino allo scurrile (L'avvelenata) e il riferimento erudito (ad esempio la riproposizione della vicenda di Cyrano de Bergerac), la riflessione filosofica sul tempo che scorre, riecheggiamento delle giovanili Eskimo (1978), Un altro giorno è andato (1970) e Canzone delle osterie di fuori porta (1974), legata al perpetuo interrogativo esistenziale del "Chi sono io? Perché vivo?":
In questo mondo senza patemi
in questa vita presa di striscio
di svolgimento corretto ai temi
dei miei entusiasmi durati poco
dei tanti chiasmi filosofanti
di storie tragiche nate per gioco
troppo vicine o troppo distanti (…)
ma il tempo il tempo chi me lo rende?
chi mi dà indietro quelle stagioni (…)
Come vedi tutto è usuale
solo che il tempo stringe la borsa
e c’è il sospetto che sia triviale
l’affanno e l’ansimo dopo una corsa
l’ansia volgare del giorno dopo
la fine triste della partita
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami vita.
(Lettera-1996)
Diciamolo per dire, ma davvero
Si ride per non piangere perché
se penso a quella ch'eri, a quel che ero
che compassione che ho per me e per te
Eppure a volte non mi spiacerebbe
essere quelli di quei tempi là
sarà per aver quindici anni in meno
o avere tutto per possibilità
(Eskimo-1978)
Se guardi nelle tasche della sera
ritrovi le ore che conosci già,
ma il riso dei minuti cambia in pianto ormai
e il tempo andato non ritroverai
Giornate senza senso come un mare senza vento
come perle di collane di tristezza;
le porte dell'estate dall'inverno son bagnate
fugge un cane come la tua giovinezza (…)
La sfera di cristallo si è offuscata
e l'aquilone tuo non vola più.
Nemmeno il dubbio resta nei pensieri tuoi
e il tempo passa e fermalo se puoi.
Se i giorni ti han chiamato tu hai risposto da svogliato
e il sorriso degli specchi è già finito.
Nei vicoli e sui muri quel buffone che tu eri
è rimasto solo a pianger divertito.
Nel seme al vento afferri la fortuna
al rosso saggio chiedi i tuoi perché
vorresti alzarti in cielo a urlare chi sei tu
ma il tempo passa e non ritorna più (…)
Ti guardi nelle mani e stringi il vuoto
se guardi nelle tasche troverai
gli spiccioli che ieri non avevi
ma il tempo andato non ritornerà.
(Un altro giorno è andato-1970)
Si alza sempre lenta come un tempo
l'alba magica in collina
ma non provo più quando la guardo
quello che provavo prima
ladri e profeti di futuro
mi hanno portato via parecchio
il giorno è sempre un po' più oscuro
sarà forse perché è storia
sarà forse perché invecchio
(Canzone delle osterie di fuori porta-1974)
Non va persa neppure la concretezza descrittiva (Samantha-1993) e, a fare da contrappunto, la rarefatta atmosfera di sogno di certi paesaggi che ricordano i grandi quadri di Asia (1970):
In giardino il ciliegio è fiorito
agli scoppi del nuovo sole
il quartiere si è presto riempito
di neve di pioppi e di parole(…)
Appassiscono piano le rose
spuntano a grappi i frutti del melo
le nuvole in alto van silenziose
negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull’erba verde
fantastico piano sul mio passato
(Lettera-1996)
Fra i fiori tropicali, fra grida di dolcezza
la lenta lieve brezza scivolava
e piano poi portava fischiando fra la rete
l'odore della sete, e della spezia. (…)
Si affacciano alle rive,
le colorate vele,
fragranti di garofano e di pepe (…)
S'arriva dai santuari
fin sopra all'alta plancia
il fumo della Ganja e dell'incenso
e quel profumo intenso
è rotta di gabbiani:
segno di vani simboli divini.
E gli uccelli marini
additano col volo
la strada del Katai per Marco Polo
(Asia-1970)