
Euripide strappa la tragedia dalle sue radici dionisiache. Il razionalismo socratico dissolve, spiegandoli, il mistero, al complessità e la passione che sono la tragedia stessa. In questo senso uccide la tragedia. Forse Nietzsche è stato ingiusto nei confronti di Euripide. Opere come la Medea, l'Ippolito, le Troiane dimostrano semmai l'impotenza della ragione e della giustizia di fronte al potere intossicante della passione. La importanza della interpretazione nietzscheana della tragedia greca, assolutamente originale rispetto alla tradizione occidentale e rispetto anche allo stesso Schopenhauer, delle cui lenti pur Nietzsche si serve nella sua analisi, risiede nella rivelazione trionfante della essenza dionisiaca della cultura ellenica.
Quando Nietzsche scrive la Nascita della tragedia (1872), il suo pensiero è fortemente influenzato dalla lettura di Schopenhauer, e ciò è ben visibile nell'uso del lessico, di particolari termini e nella insistenza su tematiche quali il desiderio, soprattutto sessuale, e la rappresentazione. La filosofia schopenhaueriana pervade anche opere come Verità e menzogna (1873) e La filosofia nella età tragica dei Greci (1873), fino al definitivo allontanamento, profondamente critico, in Il caso Wagner (1888), Il crepuscolo degli idoli (1888), e nei frammenti poi raccolti nella postuma Volontà di potenza.
Secondo Schopenhauer, il mondo è pura rappresentazione, rappresentazione della mente, dei nervi ottici e sensoriali. Pensare è sognare, illusione, velo di Maya. Come per la tradizione vedanta, per Pindaro, Sofocle, Platone, Shakespeare e Calderon, vita e sogno sono le pagine dello stesso libro, e la vita, come per i poeti, non è altro che un sogno prolungato. Ma nessuno può vivere un sogno senza aver sonno. Senza prima aver addormentato qualcosa che pulsa, spinge, contrae, turba, soffre, vuole, sveglia e vive dentro il corpo di ogni essere vivente: il desiderio, la volontà. È solo eliminando la volontà, quella forza brutale, informe e inseparabile dal corpo, in sé priva di qualsiasi intelligenza, di individuazione, fonte di ogni dolore, colpa e male, e, soprattutto, inesauribile, inappagabile, se non per brevi illusioni, che l'individuo è libero di contemplare la propria rappresentazione, senza desiderare, senza soffrire.
La volontà è priva di capacità creativa, artistica (capacità che si colloca nel campo della rappresentazione). La affascinante teoria della volontà è ciò che dà forma al celebre pessimismo schopenhaueriano, imbottito di richiami ellenistici, cristiani e orientali.
È a questo punto che Nietzsche gli si avvicina, per poi allontanarsene, sdegnato e pentito, intonando il suo canto alla strategia artistica della volontà creatrice, danzando come un satiro, nella ebbrezza di Dioniso.
Per Schopenhauer l'arte è una alternativa alla vita ascetica, che consente di liberare: liberare l'individuo dalla sofferenza, dalla passione, sublimate nella pura e ascetica contemplazione della bellezza, della forma astratta, retaggio kantiano, nella incoscienza, nella perdita della individuazione, sollecitando al contempo la simpatia e l'attitudine sociale tra tutti gli individui, accomunati dalla medesima schiavitù. L'arte occulta lo sguardo assatanato e la voce da sirena della volontà; li occulta dietro le note della musica, rappresentazione della volontà in movimento. L'arte è il sogno e il sonno, e nell'arte l'individuo si confonde come puro soggetto di conoscenza. La tragedia, in particolare, è per Schopenhauer, quella forma d'arte che più di tutte suggerisce all'individuo di liberarsi dalla volontà, semplicemente presentando con le parole e i fatti, con il sangue prima alluso (nella tragedia greca) e poi esibito (da Seneca), la tragicità e lo stupore di una esistenza condannata al desiderio.
Il dionisiaco e l'apollineo, in Nietzsche, sono la volontà e la rappresentazione della cultura greca. L'artista, per Nietzsche, è un satiro che danza sulle note dell'ebbrezza, e crea ciò che Apollo deve trasformare in arte, per rendere possibile, sopportabile e giustificabile la vita. L'arte non nasce dalla rinuncia, dalla contemplazione rassegnata, ma dalla perdizione totale, vitale e consapevole nel desiderio, nel bisogno.
L'arte come trasfigurazione dell'ebbrezza. Arte e nient'altro che arte! L'arte è desiderio di vita, è avviluppata al desiderio e alla vita. L'arte per l'arte, l'arte astratta, priva di sofferenza o di piacere, di desiderio, è come un verme che insegue la propria coda. L'arte è sana menzogna, è tellurica illusione. L'arte svela il senso della esistenza con una bugia, salva l'esistenza rincorrendo il desiderio del corpo, della sensualità. I satiri danzanti non sono gli animali accecati di Schopenhauer, sono sognatori. E l'eroe tragico, schiavo della passione, che osa e soffre della insensatezza del mondo, del divenire che la stessa opera tragica mette in scena, non produce rassegnazione, quanto piuttosto un sacro e corroborante senso di rispetto universale e di amore verso una esistenza così mutevole e così bella, dove la gioia va afferrata e divorata all'istante. Dove l'amore è la prova più meravigliosa di quanto lontano possa ballare il potere trasfigurante dell'ebbrezza.
L'amore, soltanto l'amore, creatura intelligente e delirante, è l'ebbrezza che giustifica la vita. E l'arte senza amore e senza ebbrezza è un inutile e virtuoso gracidio di rane nella loro palude. Lo spettatore della tragedia, intossicato da Dioniso, diventa opera d'arte e artista. E Nietzsche, che dal 1872 scrive, pensa e forse vive nel nome di Dioniso, è il primo filosofo della storia occidentale a rivelare e amare il potere di un'arte e di una cultura, quelle greche, vissute sempre nel nome di Dioniso.
[da M. Nussbaum, The transfiguration of intoxication: Nietzsche, Schopenhauer and Dionysus, in <<Arion>>, 3rd Series, Vol. 1, No 2, Spring 1991, pp.75-111]
[Benedetta]