La festa di Dioniso e le origini della cultura occidentale

[Nietzsche professore a Basilea]

Quando, poco dopo l'insediamento nella nuova cattedra universitaria di Filologia a Basilea, tra l'inverno e la primavera del 1870, Nietzsche compose i testi delle due conferenze, Il dramma musicale greco e Socrate e la tragedia, nonché il breve saggio La visione dionisiaca del mondo, i temi della Nascita della tragedia (1872) erano già chiaramente sbozzati. In particolare, anche senza l'impianto di richiami wagneriani dell'opera maggiore, era stato delineato il progetto di quella che di lì a poco sarebbe stata chiamata scienza estetica, imperniata sulla opposizione di due principi, l'apollineo e il dionisiaco.

Dall'originario antagonismo degli impulsi incarnati dalle due divinità, si sarebbe passati, nel mondo greco, a una loro temporanea alleanza, a un legame di fratellanza cui avrebbero posto termine la parola di Socrate e il teatro di Euripide [R. Dionigi, Il doppio cervello di Nietzsche, Bologna, 1982, p.11]. Di rilievo risultava, nell'analisi nietzscheana, proprio la connotazione del dionisiaco, forse suggerita anche dalle suggestioni wagneriane del soggiorno svizzero. Il dio era identificato, infatti, dai caratteri della festa che lo celebrava [Dionigi, ibidem]: scatenamento di tutte le capacità simboliche, dell'intero simbolismo del corpo, con la simultanea, prorompente esplosione di danza, mimica, canto, grido, musica. Come sottolineava l'autore, cantando e danzando gli uomini avevano disimparato a parlare e camminare, liberando poi nel grido e nella musica la propria corporeità e istintualità, attivando dunque ogni possibilità simbolica: i suoni si riflettevano nei moti senza scopo del corpo.

L'ebbrezza, effetto delle pozioni e dell'irrefrenabile impulso primaverile, trasponeva quindi il seguace del dio in quell'universo di movimenti, canti e musica, dove l'uomo si faceva non più artista ma opera d'arte, compiuta e sospesa. Come lo stesso Nietzsche rileva, in conclusione della Nascita della tragedia, tale esperienza di pienezza, in cui si incontrano gioia e dolore, richiama il gioco insensato e ripetuto, la innocenza al riparo da qualsiasi imputazione morale, del fanciullo dei mondi Zeus nel frammento DK B52 di Eraclito:

l'evo è un fanciullo che gioca spostando qua e là i pezzi del gioco: un regno di fanciullo [La filosofia nell'età tragica dei Greci].

In effetti, la fratellanza intrecciata con il dio plastico della misura e dell'ordine trasforma il dionisiaco: la festa diventa teatro [Dionigi, op.cit., p.20]. In questa metamorfosi il ruolo decisivo è quello della genialità artistica, che ritroviamo alle radici dell'apollineo, come capacità di superamento del disgusto che l'esperienza dionisiaca induce nei confronti della quotidianità dell'esistenza, all'interno del mondo della individuazione; come traduzione, quindi della negatività esistenziale in una volontà positiva di costruzione [S. Lo Giudice, Introduzione al lessico di Nietzsche, Roma, 1990, p.18]. Lo splendore del mondo olimpico sarebbe, nella ricostruzione nietzscheana, appunto il risultato della trasfigurazione apollinea, della riconciliazione con l'esistente, attraverso cui il genio trasforma la realtà umana in oggetto di desiderio, carico di attrattive che stimolano la creatività umana [S. Lo Giudice, ibidem]. Così il genio diventa fenomeno dionisiaco:

[Nel genio] dobbiamo riconoscere un fenomeno dionisiaco, il quale ci rivela ogni volta di nuovo il gioco di costruzione e distribuzione del mondo individuale come l'efflusso di una gioia primordiale [La nascita della tragedia].
Questo rivelerà, in ultima analisi, la natura dell'arte, tragica soprattutto, come liberazione del e dal dionisiaco [per questo cfr. G. Vattimo, Il soggetto e la maschera, Milano, 1974, cap. 2], come prolungamento, all'interno delle definite individuazioni proprie della bella apparenza apollinea, della forza dirompente del dionisiaco. In tale prospettiva si delineerà allora anche il rovesciamento della prospettiva schopenhaueriana dell'arte come sospensione della e fuga dalla individuale volontà di vivere, che costituisce uno degli elementi di originalità nella posizione del giovane filologo rispetto alla figura del venerando filosofo.

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