Le tesi di Nietzsche su apollineo e dionisiaco
nella Nascita della tragedia
[Nietzsche nel 1883]
- Ogni vera arte è o apollinea o dionisiaca
o risultato di entrambe: si tratta di impulsi o tendenze artistiche
antitetici, dalla cui modulabile combinazione scaturisce in ogni
tempo l'opera d'arte. Apollineo e dionisiaco costituiscono
gli unici veri impulsi artistici: l'arte apollinea per eccellenza
è la scultura, quella dionisiaca la musica
(almeno nelle sue forme più elevate). La tragedia è
il classico esempio di perfetta sintesi dei due impulsi.
- Tuttavia apollineo e dionisiaco trovano espressione
anche a livello elementare nel sogno (apollineo) e nell'ebbrezza
(dionisiaco): nel sogno il mondo viene plasmato dal soggetto,
nell'ebbrezza è invece il soggetto che viene plasmato dalla
natura. In questo senso l'arte apollinea è gioco con
il sogno, quella dionisiaca gioco con l'ebbrezza, con l'estasi.
L'artista apollineo gioca con la realtà nella propria ideazione
creativa, gioca con il sogno nella propria traduzione produttiva.
L'artista dionisiaco, invece, da un lato si abbandona all'ebbrezza,
dall'altro si spia in quello stato: così nella sua creazione
si intrecciano sobrietà e ebbrezza.
- Ma, allora, Apollo è davvero il dio solare della
forma e della bellezza, dell'equilibrio e della armonia; Dioniso,
invece, il dio della perdita di ogni individuazione e dell'esperienza
mistica della coalescenza nel tutto della natura.
- La fase più antica della cultura greca (omerica)
si sviluppò sotto il dominio esclusivo dell'apollineo
(nell'epica, appunto). Il dionisiaco era allora
appannaggio dei culti selvaggi del Vicino Oriente: la loro progressiva
penetrazione in Grecia produsse la reazione ancora riscontrabile
nell'irrigidimento apollineo dell'arte dorica. Dal compromesso
scaturì il culto greco di Dioniso, raffinato rispetto
ai precedenti asiatici, e simbolicamente collegato a quello di
Apollo proprio nel centro della venerazione apollinea,
a Delfi.
- Con il culto di Dioniso si diffuse potentemente in
Grecia anche la musica. Il flauto e il ditirambo caratterizzarono
il culto del nuovo dio: in alternativa alla musica apollinea,
eseguita con la lira, e al suo ritmo, la
musica dionisiaca introdusse la potenza emotiva della tonalità,
della melodia e della armonia.
- La religione dionisiaca fu una religione misterica:
al centro del suo culto si ritrovano la rievocazione della dolorosa
lacerazione della unità primordiale nella molteplicità
propria della individuazione e la aspirazione degli iniziati
alla sua ricostituzione, nella perdita della personale identità.
Così nel ditirambo la potenza della musica dionisiaca,
coniugata ai movimenti della danza, ne riproduceva simbolicamente
agonia e gioia.
- La religione olimpica suggerisce una piena adesione e fruizione
della vita, in tutti i suoi aspetti, a dispetto di preoccupazioni
d'ordine morale o della spiritualità propria di una religione
della trascendenza. Tuttavia ai Greci non sfuggiva il volto orrido
dell'esistenza: la verità dionisiaca rivelava lo
sfondo tragico della vita, la irrisolta contraddizione, il dolore
e l'eccesso che la caratterizzano, come maledizioni della individuazione.
Ne sono ancora evidenze i risvolti oscuri della mitologia e la
sapienza di Sileno. In questo senso la religione olimpica
(con l'arte a essa connessa) incarnò la reazione a quello
strato di credenze pre-elleniche: il terrore titanico precede
la vittoria della gioia olimpica.
- Il mondo olimpico fu insomma la creazione dell'istinto apollineo
per la bella illusione: il terrore richiedeva il superamento
nella gioia, allo scopo di rendere sopportabile l'esistenza.
- Così nel mondo greco arcaico la tendenza apollinea
risultò dominante, coprendo con il gusto per la misura
e l'equilibrio ogni accenno di eccesso o di deformità,
come pure ogni spinta alla esagerata autoaffermazione, riferibili
in qualche modo allo scenario preellenico. E la successiva diffusione
del culto di Dioniso produsse la risposta dorica. La tragedia
attica costituì una ulteriore fase, di correlazione tra
le due tendenze.
- La tragedia nacque dalla lirica. Essa a sua
volta si era delineata come genere con Archiloco (VII sec.
A.C.). La sua natura non sarebbe stata soggettiva, come
tradizionalmente accettato: in essa, come in ogni vera arte, si
deve invece riscontrare la presenza della oggettività,
come azzeramento della volontà individuale. Il lirico è
in primo luogo un compositore e, in quanto tale, artista
dionisiaco che abbandona la propria soggettività individuale
per identificarsi con la vera realtà metafisica e esprimerla
nella musica. Sotto l'influenza apollinea egli riesce a simbolizzare
la musica in idee e linguaggio specifici. La musica precede
l'idea.
- Il contributo particolare di Archiloco fu quello di introdurre
il canto popolare in letteratura: come nella lirica,
anche in quel caso l'elemento dionisiaco (musica) risulta originario
rispetto alla simbolizzazione verbale (apollinea).
- La tragedia greca avrebbe avuto originariamente, secondo
la tradizione che risale a Aristotele, una connessione con il
culto di Dioniso: allestita all'interno delle celebrazioni
dionisiache ad Atene, sarebbe sorta dal ditirambo dionisiaco.
In questo senso un ruolo centrale avrebbe avuto il coro
tragico, cui si riduceva in origine l'intera recita. Il coro
rappresentava il corteo dei seguaci del dio, che, nell'estasi,
si coglievano trasformati in satiri. La sua funzione primitiva
sarebbe dunque stata quella di esprimere con quelle figure semibestiali
il sentimento secondo cui in fondo alle cose la vita è,
a dispetto di ogni mutare delle apparenze, indistruttibilmente
potente e gioiosa. Alla presenza di quel coro la comunità
poteva riporre la propria veste civile e recuperare il senso dell'unità
con il tutto della natura: una esperienza consolatoria resa necessaria
dall'estasi dionisiaca, con la quale si era gettato uno sguardo
sull'essenza dolorosa dell'esistenza. I Greci trovarono nella
mediazione artistica del coro satiresco il riscatto dalla nausea
radicale della ebbrezza dionisiaca.
- Nella loro condizione estatica i seguaci di Dioniso
si vedevano trasformati in satiri: questo sarebbe dunque stato
il punto di partenza del dramma tragico. A differenza di quella
del poeta epico, la visione del coro non implicava distacco e
esteriorità, ma piena partecipazione e fusione con le figure
dell'estasi. Tuttavia tale visione dionisiaca necessitava di una
seconda esperienza visionaria, per poter realizzare la scena originaria
del dramma: la rappresentazione apollinea del dio da parte di
un attore, che affiancava il coro. Ciò comportò
anche la ulteriore frattura nel seguito degli adoratori di Dioniso,
tra coro e spettatori. Il coro aveva allora il compito di commuovere
gli spettatori, così che essi non vedessero un attore in
scena, ma la figura visionaria che l'attore intendeva rappresentare.
In questo lo spettatore doveva ancora partecipare della visione
del coro.
- La tradizione antica attesta il nesso tra le prime forme tragiche
e i miti relativi alle sofferenze di Dioniso, il suo sbranamento
a opera dei Titani e la sua rinascita. La dottrina misterica alla
base della tragedia consiste appunto in quanto alluso nel
mito: l'unità fondamentale di tutte le cose, la individuazione
come colpa, la speranza della reintegrazione nell'unità.
- La accettazione del culto pubblico di Dioniso nella
seconda metà del VI sec. A.C. coincide con lo sviluppo
del coro ditirambico in vero e proprio dramma: così anche
la sapienza dionisiaca finì per servirsi della mitologia
olimpica per esprimere la propria visione del mondo, intrecciando
il mito dionisiaco con quello della tradizione epica. Dioniso
rimaneva tuttavia l'unico eroe originario, sempre in scena,
dietro la maschera dei diversi eroi della mitologia popolare olimpica.
In questo senso lo scadimento della religiosità olimpica
trovò nella musica dionisiaca uno strumento di catarsi,
la sua corrente trivializzazione si riscattò nella profondità
del pessimismo dionisiaco.
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