
Il pensiero di Hölderlin si inserisce in un contesto culturale dominato da figure come Fichte e Schiller, considerate l'anima di Jena.
È Fichte, infatti, a annunciare il tema della scissione, negando il carattere monolitico dell'Io e affermandone la costante lacerazione in Io e Non-Io. La soluzione che Fichte prospetta è improntata a una continua azione, a una lotta che rifiuti la passività e la sofferenza, esaltando però lo sviluppo di una singola facoltà, la ragione, contro tutte le altre.
Di diverso orientamento è, invece, Schiller, il quale, avanzando la problematica della frammentarietà della cultura e dell'uomo moderni, opera per il raggiungimento di una ricomposizione armonica di tutte le facoltà, ispirandosi, senza dubbio, all'esperienza greca. Sulla scorta della lezione dei Greci che hanno saputo unire in una splendida umanità la giovinezza della fantasia e la virilità della ragione, Schiller identifica come strumento per l'elevazione dell'uomo al di sopra della sua disgregazione la educazione estetica, riservata, però, alle poche anime belle. In sostanza per Schiller la via che conduce al capo deve aprirsi attraverso il cuore. L'educazione del sentimento è dunque il bisogno più urgente del nostro tempo.
L'alternativa che Hölderlin propone è quella di una identità in senso forte, di un inscindibile legame di soggetto e oggetto, l'uno-tutto della tradizione greca.
È infatti nell'Iperione che Hölderlin afferma:
porre fine a questo estremo contrasto fra il nostro Sé e il mondo, riconquistare la pace di tutte le paci, unirci con la natura a un tutto infinito, questo è lo scopo di ogni nostro sforzo.L'elemento più originale della sua soluzione è quello di far intravedere l'unità solo attraverso la separazione delle sue parti.
In La morte di Empedocle, inoltre, Hölderlin spiega la genealogia della crisi attuale pensando la sua epoca dominata dal neikos (odio, conflitto), dal caos e dallo spirito di scissione, dal tragico insomma.
La natura diventa sempre più incomprensibile agli uomini, che si sono inoltrati nell'isolamento della cultura, dimenticando il tutto vivente. I concittadini di Empedocle, quindi, erano preda del negativo ragionare, mentre egli sfuggiva al male del suo tempo, abbandonandosi all'ignoto. Tuttavia l'unificazione che è in grado di perseguire è, nel suo caso, solo individuale, non riesce a trapiantarsi negli altri. La sua fine è dunque la morte, con cui espia la sua divinità, il suo successo nella conciliazione più alta rispetto alle condizioni del suo popolo e del suo tempo.
In questa ottica la morte risulta essere annientamento in grado di fare risaltare la grandezza dell'uomo, interpretato come organo della natura, instrumentum vocale, dal momento che essa è muta, non può manifestarsi direttamente.
Anche nelle tragedie sofoclee la morte riporta a questo concetto di tragico. In Note a Sofocle Hölderlin parla della conversione greca al mondo dei morti, simbolicamente mediata dal fuoco, come tramite che conduce l'uomo al sentimento panico da cui è uscito. In questo senso egli è stato il primo a credere che il mondo greco non sia stato soltanto quello armonico di Winckelmann o di Schiller, ma anche quello oscuro, pervaso da insanabili contraddizioni, in cui centrale fu il fenomeno tragico.
Partendo da quell'ottica, Hölderlin propone una ulteriore accezione di tragico, legata all'idea di un infinito allontanamento dal mondo, preludio dell'eterno accoppiamento del Dio-Natura e dell'uomo.
La natura, allora, diventa il dio senza volto dello spirito del tempo di cui noi siamo figli, e con il quale possiamo trovare una eterna unione abbandonando così la nostra storia individuale. Non risulta così difficile comprendere l'accostamento che Hölderlin propone tra Dioniso e Cristo, indicando quest'ultimo come l'ultimo della stirpe degli dei. Anch'egli, infatti, con il suo sacrificio di sapore empedocleo è tornato al Padre, all'Uno-Tutto.
Ma ciò che assimila soprattutto Cristo a Dioniso è il carattere di divinità salvifica universalmente onorata. Al pari di Cristo Dioniso unisce miticamente gli uomini in comunità fra loro e con la natura. In ultima analisi, Cristo appare in Hölderlin come l'ultima voce panica della natura, l'ultimo grande personaggio tragico che dal supplizio dela croce con un rivolgimento categorico abbandona gli uomini.
Sarà Nietzsche a dire più tardi: quasi duemila
anni e non un solo nuovo Dio.
[ricavato da F. Hölderlin, Sul tragico, a cura di R. Bodei, Milano, 1989]
[Sara]