
Nietzsche interpreta come decadenza l'intera storia dell'occidente, a partire dalla vittoria dello spirito scientifico-socratico sullo spirito musicale-dionisiaco della tragedia greca. La tragedia muore infatti nel momento in cui il pensiero greco, con Euripide e Socrate, pretende di racchiudere in concetti l'esistenza, imponendo così alla vita il primato della ragione.
La tragedia muore suicida per mano di Euripide, maschera che non rivela più né apollineo né dionisiaco, ma un nuovo demone, Socrate.
Infatti Euripide porta lo spettatore sulla scena e trasforma l'azione drammatica in dibattito teorico, riproduce nell'arte la mediocrità del quotidiano, abbandonando la profondità del mito.
Egli attua questo stravolgimento nella tragedia nella convinzione del declino del dramma musicale. Euripide osserva quale abisso si spalanchi tra tragedia e pubblico ateniese. Nel riflettere su questa incongruenza tra l'intenzione del poeta e l'effetto, perviene lentamente a una forma d'arte la cui regola principale è: tutto deve essere ragionevole, in modo che tutto possa essere compreso.
Con Euripide la tragedia sopravvive così nella sua forma degenerata, nella quale il mito decade a mera narrazione di vicende concatenate; inoltre si elimina l'effetto della tensione, si segue consapevolmente una estetica e si cerca ciò che è perfettamente comprensibile: gli eroi sono nei fatti quel che sono quando parlano. Essi si esprimono totalmente attraverso le parole, anzi già dal momento in cui entrano in scena, all'inizio dello spettacolo, raccontano chi sono, di cosa tratta l'azione, che cosa è già successo e che cosa succederà nel corso della rappresentazione.
E così sulla scena balza l'uomo nella realtà di ogni giorno. Lo specchio, che in precedenza aveva riflesso solo i caratteri grandi e nobili, si fa più realistico e perciò più volgare. L'abbigliamento sfarzoso si fa in una certa misura più trasparente, la maschera una mezza maschera, le forme della quotidianità emergono chiaramente.
Il realismo euripideo è tuttavia solo una conseguenza dell'ottimismo socratico: ciò che risulta messo in scena non è più la tensione epica, l'eccitante incertezza, ma la struttura razionale della realtà.
Il razionalismo socratico si basa sulla convinzione che saggezza è sapere e non ciò che non si può esprimere e ciò di cui non si può persuadere gli altri. Perciò il socratismo disprezza l'istinto e quindi l'arte.
La degenerazione della tragedia incomincia dal dialogo, gli attori competono con parole e argomenti, l'eroe difende il suo operato con ragioni e controragioni, diventa eroe della parola, della dialettica. Si chiude, quindi, con Socrate l'epoca di Dioniso e il dionisiaco stesso viene espulso dall'orizzonte della cultura occidentale.
E così all'uomo tragico si sostituisce l'uomo teoretico, che con la potenza della ragione e della scienza si dedica a costruire un imponente mondo di apparenze per affermare il suo dominio tecnico sulla vita.
[Daria]