
Una volta entrato nella famiglia di Cadmo, Dioniso stringe relazioni
con altre eroine locali, prima fra tutte Ino, sorella di Semele,
moglie di Atamante, che sopprime tutti i figli di suo marito e
finisce vittima della manìa suscitata da Era, configurandosi
come una sorta di archetipo delle menadi. Accanto a lei altre
due sorelle di Semele, tra cui Agave, madre di Penteo, che rappresenta
il prototipo delle vittime sacrificali del rito dionisiaco. Esse
vennero considerate come le prime baccanti e le congregazioni
di menadi locali furono spesso poste sotto la loro protezione.
Vi sono sufficienti elementi per formulare l'ipotesi che l'autore
si sia ispirato a una preesistente sequenza su Licurgo, tratta
dal repertorio aedico dionisiaco, e l'abbia inserita nel suo episodio
di Glauco senza preoccuparsi di adattarla apportandovi le necessarie
modifiche. L'esame dei luoghi omerici e esiodei in cui ricorre
il nome di Dioniso permette di muovere qualche passo verso tempi
ancora più lontani. I quattro emistichi omerici in cui
ricorre il nome di Dioniso sono variazioni di formule più
antiche, le quali presentano una graduale tendenza a dissolvere
il modello. Si tratta dunque di esiti recenziori di una tecnica
compositiva che forse è ancora orale, e che al più
tardi sarà stata contemporanea di Esiodo. Le formule-modello,
che è lecito immaginare parecchio anteriori, dovettero
contenere il nome di Dioniso: se questo è vero (e le apparenze
sono a favore), si può ragionevolmente concludere che anche
di questo dio gli aedi dei secoli IX-VIII cantarono le gesta non
meno di quelle degli altri dei e dei vari eroi.
L'etimologia del termine dithyrambos e il suo senso sono
incerti. Gli antichi lo interpretavano ricorrendo a un gioco di
parole; vi vedevano un'allusione alla duplice nascita del dio,
messo al mondo dal parto prematuro di sua madre e giunto poi a
compimento nella coscia di Zeus. Tale spiegazione non regge alla
critica, ma anche le spiegazioni proposte ai nostri giorni per
rendere conto della forma del termine non meritano una maggiore
attenzione. La desinenza deve essere avvicinata a quella del termine
"iambos"; si potrebbe dunque supporre, nel caso del
dithyrambos, un movimento di danza in due tempi, nel caso
del thriambos di tre. Il dato sicuro è che il termine dithyrambos
sembra essere strettamente imparentato con thriambos,
il quale forse ne è una semplice variante; si incontra
poi, in un poeta, la parola composta Thriambodithyrambos
come appellativo di Dioniso. D'altra parte, il termine latino
da cui è stata tratta la parola "trionfo", non
è che un calco di thriambos, il che si spiega facilmente
nei termini di una presa a prestito e con il fatto che sotto i
successori di Alessandro le pompe celebrate in onore di Dioniso
avevano assunto la forma di sfilate commemoranti le sue vittorie.
Thriambos e dithyrambos (la seconda parola potrebbe
significare "ripetizione di un thriambos") potrebbe
insomma aver designato il canto relativo agli esercizi dei cori
circolari, nei quali poteva avere luogo un'acclamazione rituale
di tal genere.
La celebrazione del ditirambo si svolgeva nel chiasso, fra clamori a cui faceva da sfondo una musica nella quale il flauto "che incita alla mania" aveva una parte che restò sempre preponderante, sebbene altri strumenti, tamburelli, timpani e castagnette vi figurassero. Il ritmo doveva essere dato dalla ripetizione di acclamazioni rituali. Un verso di Eschilo, conservatoci per caso, diceva:
"Bisogna regolare il passo sul ditirambo del corteo di Dioniso unendovi le nostre grida".
Il dio del ditirambo era essenzialmente il Chiassoso (Bromios, termine non facile a tradursi nella sua esatta accezione, racchiudente l'idea di un rumoreggiare sordo e prolungato come quello delle onde e della tempesta, di certo anche quella del rantolo sordo e inarticolato dei posseduti in stato di crisi); inoltre egli era il Grande Gridatore, Eriboas.
Come per tutto quel che concerne le pratiche dionisiache, a voler
ricostituire un rituale preciso e soprattutto costante si incorrerebbe
in errori. Alcuni tratti possono essere precisati se li si collega
a altre pratiche e devozioni di tal genere sopravvissute nel XIX
secolo e, in certi casi, anche ai nostri giorni, specie nell'oriente
mediterraneo, dove la vernice dell'Islam non le ha fatte sparire,
o, almeno, non ha potuto impedirne il riaffioramento. Interessante
è il rilievo, nel caso delle pratiche orientali come nel
caso del dionisismo, dell'esistenza di diversi gradi di "esperienza
religiosa", gli uni ispirati al panteismo naturalistico e
all'immanenza (sarebbe il caso del coribantismo, che appare
come possessione da parte di spiriti individualizzati, e di certe
forme di delirio delle menadi), gli altri più legati all'unitarietà,
come nel caso del mirabile realismo delle Baccanti che
fa piuttosto cadere l'accento sull'esaltazione del sentimento
di pienezza prodotto dall'epifania di Dioniso. Inoltre il confronto
può far capire come un rituale orgiastico dello stesso
tipo di quello che probabilmente fu proprio del ditirambo originario
possa aver dato luogo, in certe condizioni, a un genere letterario.
I cori ciclici che si isolano, che bastano a se stessi quando
vengano considerati come tecniche per provocare l'estasi collettiva
dei partecipanti, divengono per la forza stessa delle cose degli
spettacoli, non appena ce li immaginiamo non eseguiti in segreto
ma portati in mezzo a un agglomerato di persone; ancora di più,
se essi poi si svolgono in una qualche città importante
e in occasione di feste contribuendo alla eccitazione provocata
dalle celebrazioni in cui consiste la solennità. E quando
il rito diventa spettacolo esso tende a accogliere innovazioni
destinate a romperne la monotonia e a alimentare o a riaccendere
l'attenzione degli spettatori e il fervore degli esecutori. E
così il ditirambo, ronda destinata a produrre, in occasione
del sacrificio di una vittima, l'estasi collettiva con l'aiuto
di movimenti ritmici e di vociferazioni rituali, proprio nell'epoca
in cui nel mondo greco si sviluppò il grande lirismo corale
(VII-VI secolo), poté evolversi in un genere letterario
grazie alla accresciuta importanza assunta dalle parti cantate
dall'exarchon (colui che 'dà inizio, probabilmente
intona il ditirambo) e all'inserimento di pezzi lirici su temi
più o meno adattati alla circostanza e alla persona di
Dioniso.
Baccanti è il termine più usato, costruito su uno dei nomi di Dioniso, Bacco; Menadi, termine già usato in Omero e divenuto in seguito espressione del linguaggio poetico, fa riferimento alla manìa divina di cui tali donne risultavano colpite; a Sparta si ha testimonianza di certe dionisiai o dysmoinai, "brutte folli", a causa dell'espressione angosciata dei loro visi nello stato di trance; le tiadi sono i membri delle corporazioni femminili che partecipavano regolarmente alle celebrazioni dionisiache.
Per quanto riguarda l'origine e l'introduzione del menadismo, si è portati a inserire il fenomeno in un contesto ben più ampio rispetto al circoscritto mondo greco, rappresentato da una millenaria tradizione religiosa connessa al culto di grandi divinità femminili dei pantheon anatolici. La donna diventa una menade quando, durante la notte e le prime ore del mattino, affronta l'oreibasìa, ossia la corsa sfrenata sui monti: scenario della mania dionisiaca è, infatti, la natura aspra, selvaggia, primitiva e lontana dalla civiltà, nella quale le donne greche, abbandonate le proprie occupazioni, intendono integrarsi sia fisicamente, con l'indossare abiti di pelli, serpenti avvinghiati, foglie di vite o edera, sia psicologicamente, partecipando al delirio cui le ha indotte il dio con danze sfrenate e urla.
Le testimonianze riportano come luoghi privilegiati le alture
del Parnaso, del Citerone e del Taigeto. Il motivo per cui le
menadi ritenessero necessario raggiungere un monte per celebrare
i loro riti può essere ricondotto alla necessità
di raggiungere un santuario, o alla tradizione per cui si credeva
che sui monti, luoghi più vicini agli dei, questi si potessero
rivelare o manifestare appunto attraverso la comunione estatica.
L'orgia bacchica segna poi il culmine del rito, quando, riunitesi
nelle solitudini rocciose e boschive, ormai annientata la propria
identità perché possedute dal dio, le menadi scatenano
i loro istinti bestiali nella danza sfrenata e nel rituale dell'omophagìa,
lo sbranamento di un animale selvatico in una sorta di mistico
banchetto che realizza compiutamente la comunione con il dio.
A Cocullo, un paese dell'Abruzzo tra i monti della Marsica e Sulmona, il primo giovedì di maggio si celebra la festa di san Domenico Abate, vissuto a cavallo del Mille e venerato in tutto l'Apennino centrale . Alla sua figura è connesso per diversi motivi il serpente, tanto che l'attenzione maggiore durante la festa è rivolta proprio alla processione dei "serpari", giovani del paese che nei giorni precedenti hanno raccolto rettili di ogni sorta nelle campagne circostanti, muniti solo di un bastoncello biforcuto, secondo l'esperienza antica tramandata di generazione in generazione. Dopo un periodo di cattività dentro pentole colme di crusca, le serpi vengono portate in processione per le strade del paese, poste sulla statua del santo, che ne viene totalmente ricoperta, oppure arrotolate a guisa di collane e bracciali al collo o alle braccia dei partecipanti. Si tratta di serpi innocue o comunque non pericolose perché stordite dal frastuono e comunque private, al momento stesso della cattura, dei denti con il veleno. Dopo la celebrazione, anticamente esse venivano uccise, mentre oggi quelle di specie più rara sono vendute ai collezionisti, le vipere sono cedute alle ditte farmaceutiche per la preparazione del siero antiofidico oppure restituite all'ambiente.
Le origini millenarie del rito risalgono alla tradizione dei Marsi e al loro culto della dea Angizia, che sarebbe stata sorella di Medea o della maga Circe e avrebbe insegnato l'arte dei contravveleni a questi popoli. Il figlio di quest'ultima, Marso, avrebbe insegnato al popolo che da lui prese nome larte di incantare i serpenti, protrattasi in un certo senso fino a noi attraverso i serpari.
Analogamente, il 'ballo di san Vito' è uno stato ossessivo osservato in Alsazia nei secc. XV e XVI, che ricompariva a intervalli regolari fino al giorno di san Vito, quando si verificava un attacco violento a cui seguiva il ritorno alla normalità. Ma danze contagiose e convulsive sono state presenti in molte tradizioni popolari fino in tempi recenti.
[Eliana, Francesca, Micol, Sara]